L'ultima "illusione" del regista/prestigiatore Christopher Nolan ha un che di speciale: sapori antichi, già provati dagli spettatori affamati delle sue prelibatezze, con un retrogusto però fresco, rinnovato. Ancora una volta questo mago della celluloide è riuscito a coinvolgere lo spettatore all'interno del suo show, ingabbiandolo in un (macro)cosmo imperniato sopra un centro di gravità originato dal moto centripeto di una trottola: un movimento rotatorio avviluppato a un asse di ricordi, sogni e incubi, perplessità umane, atti incoscienti ed apparentemente immotivati; un perno immutabile che può arbitrariamente decidere di arrestare il proprio moto o, al contrario, di non fermarsi mai, in preda ad una gravità impazzita o addirittura inesistente.
Ed è appunto la gravità, o meglio la sua assenza, a far scontrare e interagire i personaggi di Nolan, nello specifico del suo ultimo capolavoro (senza parentesi né virgolette: in questo caso non provo vergogna nel dichiarare il mio amore così apertamente): Inception. A prescindere dal riferimento nel film (la scena nell'hotel è, in ogni accezione, da capogiro), è proprio la mancanza di una forza d'innegabile fisicità e saldezza, come appunto la "gravità", a far naufragare i protagonisti in un mondo parallelo nel quale ogni controllo è labile, ogni scelta è facilmente mutabile, ogni oggetto materiale, persona o elemento scenico rappresenta semplicemente la proiezione subcosciente del sognatore di turno.
Inception altro non è che un abile gioco di matrioske al contrario dove, procedendo con l'apertura dalla "madre" fino al "seme", le bambole interne vedono accrescere dimensioni, complessità e dettagli rispetto alle precedenti, in un continuo dilatarsi di spazi, tempi, suggestioni immaginifiche ed emozioni. Un sogno dentro un sogno, dentro un altro sogno, che a sua volta è ancora dentro un sogno... e così via finché la mente riesce a resistere senza collassare. La morte è un lusso che non viene concesso nel mondo "sognato" da Nolan: è molto più terribile la prospettiva di restare abbandonati ai propri pensieri, finanche per decenni, racchiusi in una "realtà" popolata soltanto dalla propria "fantasia" e soprattutto, elemento ancor peggiore, dai propri ricordi. Sono infatti questi ultimi a procurare il maggior danno, persino ai più esperti: non se ne può fuggire, se ne diventa schiavi e si rischia di annullare la distanza tra mondo reale e mondo immaginario; sono i ricordi a trasformare i sogni in incubi...
In tutto questo caos immaginifico, il già provato rapporto realtà/sogno viene ulteriormente limato da una struttura narrativa che si sviluppa su più livelli: inizia in maniera "circolare" (l'incipit avrà infatti il suo momento di ri-connessione in sede avanzata del film), si sviluppa secondo il citato schema di "bambole russe" (con eleganti soluzioni di paradosso che esaltano la spettacolarità) e si chiude (?) come un "labirinto" del quale non avremo mai soluzione certa. Non ci sarà dato conoscere il percorso esatto per uscirne, sicuramente permeato anche di regressioni e schemi risolutivi che dovranno svilupparsi ben oltre la classica bidimensionalità di un labirinto: ci costringeranno a scovare opzioni che arrivino ad oltrepassare persino la sospensione dell'incredulità.
Ed è magnifico, anche se forse lievemente scontato, il massimo livello di "apertura chiusa" alla quale si giunge nel momento finale, dove la riconciliazione e il "riscatto" rischiano seriamente di trasformarsi nel più tragico dei fallimenti.
Ma Cobb (il protagonista) non è più interessato a questo elemento, ha raggiunto - forse solo in parte - il suo scopo; noi spettatori siamo adesso chiamati a partecipare al gioco, all'illusione inscenata dal regista. E non avremo pace, perché questo è l'unico momento in cui stiamo veramente "guardando" e valutando (siamo obbligati a farlo, senza possibilità di scelta), mentre fino ad allora abbiamo deliberatamente voluto essere ingannati, minimizzando lo sguardo critico e non potendo ritagliarci una via di fuga dal moto perpetuo di una trottola impazzita che, continuando a girare su sé stessa, ci rendeva schiavi del Sogno di un abile manipolatore di immagini in movimento.
"Ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo... voi volete essere... ingannati!"
The Prestige (Christopher Nolan)

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