sabato 25 settembre 2010

Il moto perpetuo di una trottola impazzita


L'ultima "illusione" del regista/prestigiatore Christopher Nolan ha un che di speciale: sapori antichi, già provati dagli spettatori affamati delle sue prelibatezze, con un retrogusto però fresco, rinnovato. Ancora una volta questo mago della celluloide è riuscito a coinvolgere lo spettatore all'interno del suo show, ingabbiandolo in un (macro)cosmo imperniato sopra un centro di gravità originato dal moto centripeto di una trottola: un movimento rotatorio avviluppato a un asse di ricordi, sogni e incubi, perplessità umane, atti incoscienti ed apparentemente immotivati; un perno immutabile che può arbitrariamente decidere di arrestare il proprio moto o, al contrario, di non fermarsi mai, in preda ad una gravità impazzita o addirittura inesistente.

Ed è appunto la gravità, o meglio la sua assenza, a far scontrare e interagire i personaggi di Nolan, nello specifico del suo ultimo capolavoro (senza parentesi né virgolette: in questo caso non provo vergogna nel dichiarare il mio amore così apertamente): Inception. A prescindere dal riferimento nel film (la scena nell'hotel è, in ogni accezione, da capogiro), è proprio la mancanza di una forza d'innegabile fisicità e saldezza, come appunto la "gravità", a far naufragare i protagonisti in un mondo parallelo nel quale ogni controllo è labile, ogni scelta è facilmente mutabile, ogni oggetto materiale, persona o elemento scenico rappresenta semplicemente la proiezione subcosciente del sognatore di turno.
Inception altro non è che un abile gioco di matrioske al contrario dove, procedendo con l'apertura dalla "madre" fino al "seme", le bambole interne vedono accrescere dimensioni, complessità e dettagli rispetto alle precedenti, in un continuo dilatarsi di spazi, tempi, suggestioni immaginifiche ed emozioni. Un sogno dentro un sogno, dentro un altro sogno, che a sua volta è ancora dentro un sogno... e così via finché la mente riesce a resistere senza collassare. La morte è un lusso che non viene concesso nel mondo "sognato" da Nolan: è molto più terribile la prospettiva di restare abbandonati ai propri pensieri, finanche per decenni, racchiusi in una "realtà" popolata soltanto dalla propria "fantasia" e soprattutto, elemento ancor peggiore, dai propri ricordi. Sono infatti questi ultimi a procurare il maggior danno, persino ai più esperti: non se ne può fuggire, se ne diventa schiavi e si rischia di annullare la distanza tra mondo reale e mondo immaginario; sono i ricordi a trasformare i sogni in incubi...

In tutto questo caos immaginifico, il già provato rapporto realtà/sogno viene ulteriormente limato da una struttura narrativa che si sviluppa su più livelli: inizia in maniera "circolare" (l'incipit avrà infatti il suo momento di ri-connessione in sede avanzata del film), si sviluppa secondo il citato schema di "bambole russe" (con eleganti soluzioni di paradosso che esaltano la spettacolarità) e si chiude (?) come un "labirinto" del quale non avremo mai soluzione certa. Non ci sarà dato conoscere il percorso esatto per uscirne, sicuramente permeato anche di regressioni e schemi risolutivi che dovranno svilupparsi ben oltre la classica bidimensionalità di un labirinto: ci costringeranno a scovare opzioni che arrivino ad oltrepassare persino la sospensione dell'incredulità.

Ed è magnifico, anche se forse lievemente scontato, il massimo livello di "apertura chiusa" alla quale si giunge nel momento finale, dove la riconciliazione e il "riscatto" rischiano seriamente di trasformarsi nel più tragico dei fallimenti.
Ma Cobb (il protagonista) non è più interessato a questo elemento, ha raggiunto - forse solo in parte - il suo scopo; noi spettatori siamo adesso chiamati a partecipare al gioco, all'illusione inscenata dal regista. E non avremo pace, perché questo è l'unico momento in cui stiamo veramente "guardando" e valutando (siamo obbligati a farlo, senza possibilità di scelta), mentre fino ad allora abbiamo deliberatamente voluto essere ingannati, minimizzando lo sguardo critico e non potendo ritagliarci una via di fuga dal moto perpetuo di una trottola impazzita che, continuando a girare su sé stessa, ci rendeva schiavi del Sogno di un abile manipolatore di immagini in movimento.

"Ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo... voi volete essere... ingannati!"
The Prestige (Christopher Nolan)

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martedì 9 febbraio 2010

MILF: Minds I'd Like to Fuck


Cosa c'è di più favoloso al mondo di un gran bel paio di tette?
Buoni lì, precisiamo: non sto affrontando la questione sotto l'aspetto dei gusti e delle preferenze sessuali, bensì esclusivamente attraverso uno sguardo oggettivo ed estetico. Un bel seno è innegabilmente una delle cose più importanti e meravigliose che ci possa essere concesso di ammirare. Non è necessario disturbare psicologi e sociologi per sottolineare l'importanza e il simbolismo ad esso correlato: la fertilità, la femminilità, ma prima di ogni altra cosa la maternità. Eh sì: la mamma è sempre la mamma, e se poi porta con sè un bel carico di bocce la cosa si fa ancor più gustosa! Ed ecco dunque che, con un semplice salto settoriale, ci inseriamo in una delle "perversioni" sessuali
(in realtà non è proprio una perversione, quanto piuttosto una semplice categorizzazione) di maggior successo pornografico degli ultimi anni: le MILF. Mi auguro che il genio che ha coniato questo efficace termine, il quale ovviamente rimanda anche alla parola milk (latte, ergo seno, dunque bel seno = tettone!), abbia maturato un valido riscontro economico dall'acronimo...

MILF è un acronimo tratto dal linguaggio gergale anglo-americano che indica l'espressione: Mother I'd Like to Fuck, ovvero "madre che mi vorrei scopare".[...] ha trovato una notevole diffusione nell'ambito della pornografia, in particolare diffusa via Internet; come MILF, in questo ambito, sono classificate le foto e i video di donne di età non più giovanissima, ma neppure troppo avanzata (queste ultime vengono infatti classificate come mature o granny), con evidente riferimento all'età media in cui una donna è già diventata madre di uno o più figli, ma tuttavia mantiene un aspetto fisico considerato ancora sessualmente appetibile.
(fonte: Wikipedia)

Una situazione sessuale interessante, trasgressiva, nella quale il ragazzotto di turno si fa la mammina del caso, affrontando la situazione sotto ogni angolazione possibile. La cosa interessante è che parrebbe proprio lui, il gonzetto della situazione, a trarne maggior godimento, mentre invece, ad un'analisi più attenta, è proprio la bella signora a divertirsi, facendo di lui il suo ingenuo sex toy. Non intendo affrontare questo argomento, ma l'introduzione e quest'ultimo punto di sottolineatura sono fondamentali per discutere della perdità d'identità e della crisi di orientamenti (non sessuali, lo dico subito per evitare inutili fraintendimenti) che affligge il nostro tempo e devasta le nostre menti.

"La TV è al tempo stesso orologio e calendario, scuola, casa, chiesa, amica e amante."
(Oh Dae-su, dal film Old Boy)

Il buon Oh Dae-Su, protagonista del capolavoro assoluto di Park Chan-wook, si dimentica un appellativo fondamentale: "mamma" appunto. Per dirla meglio, "matrigna". Cosa ci accomuna tutti, sa di casa e di famiglia, ci fa sentire in relax ed è sempre pronta a condersi ad ogni nostra necessità, proprio come una buona mamma? La TV, nient'altro, ovvero lo strumento di controllo e condizionamento più forte e dannoso che sia mai stato concepito. La TV è la MILF per eccellenza, la dolce e cara mamma che tutti vogliamo possedere, comandare, orientare a nostro piacimento senza renderci conto che,in realtà, è sempre lei a guidarci, ma soprattutto a fotterci. La situazione, già ambigua in partenza, si rovescia completamente quando noi diveniamo MILF per lei: siamo inevitabilmente Minds I'd Like to Fuck, dove la prima persona singolare è la televisione stessa. I, quella prima persona singolare che incarna l'essenza del controllo e della distruzione portata alle nostre ingenue menti (proprio come quelle del ragazzino che s'incula la discreta signora), vuole entrarci dentro, sottopelle, e scorrerci fino al cervello, operando in modo viscido e vigliacco una mutazione di pensiero e di vedute, sfruttando al massimo le sue tette meravigliose (siamo sempre più nella zona-Videodrome). Con il suo seno perfetto, immenso e immacolato, precisamente rappresentato dai reality-show e dalla quasi totalità dei programmi d'informazione, con occasionali esclusioni.
Una "total annihilation" dei nostri neuroni, che vengono testati, sfiniti e infine tristemente consumati da massicce dosi di segnale audiovisivo marcio, infetto, immondo. Siamo convinti di apprezzarlo, a torto pensiamo di avere libero arbitrio al riguardo, ma viviamo in una condizione sub-cosciente di beata e ingenua ignoranza.

Altro elemento ancor più preoccupante, caratteristico delle MILF: il rovesciamento d'età. Laddove un ragazzino - o comunque un giovane - metteva sotto una navigata donna sulla quarantina, qui sono proprio i trenta-quarantenni ad essere più colpiti da una donnaccia che sembra subire un processo di costante ringiovanimento anziché d'invecchiamento. La TV si rinnova sempre, muta forma, si aggiusta il trucco e prende appuntamento dal chirurgo plastico per apparire nuova, in forma smagliante, bella e impossibile. E' risaputo che le "nuove generazioni" sono ormai già troppo compromesse, rincoglionite fin dalla tenera età da sfavillanti miriadi di variegati input audiovisivi (anche se adesso viviamo esperienze nelle quali possono essere coinvolti quasi tutti i canali di senso contemporaneamente); ma quando viene chiamata all'appello la realtà del presente, quel gruppo di individui che sta vivendo più degli altri il momento attuale e che deve, con tenacia e resistenza, strutturare il proprio decadente futuro in questa "zona morta" di vita passiva, la situazione si fa ancora più drammatica.

Continuiamo pure a (farci) fottere (dal)la nostra adorata mammina adottiva: dentro e fuori, su e giù, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Addormentiamoci placidamente sul suo soffice seno e speriamo di non svegliarci mai, perché quando ciò dovesse accadere saremmo sicuramente troppo vecchi e stanchi per poter apportare un cambiamento...
Mamma... Non a caso è una delle parole che più utilizziamo durante la nostra esistenza, adeguandola agli ambiti più disparati... nota ancora più curiosa: è spesso l'ultima parola che pronunciamo sul letto di morte, prima di esalare il respiro finale. Contaminati da una falsa realtà in cui la prima notizia diffusa riguarda il caso Corona, la sit-com più seguita è "Calciopoli" e in cui ci meravigliamo/imbarazziamo/stupiamo per un capezzolo che sfugge al controllo o una gamba accavallata con troppa disivoltura, quando la Mietitrice ci chiamerà a sé quale potrebbe essere l'ultima parola che pronunceremo?
Il solo pensiero mi terrorizza...


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venerdì 29 gennaio 2010

Un Cinema di Genere per un Cinema Degenere


[...] neoplasia (dal greco neo, nuovo, e plasìa, formazione) si presenta sia in forma benigna che in quella maligna (assumendo in questo secondo caso il nome di cancro), è una intera classe di malattie caratterizzate da una incontrollata riproduzione di alcune cellule dell'organismo, che smettono di rispondere ai meccanismi fisiologici di controllo cellulare a seguito di danni al loro patrimonio genetico. (Fonte: Wikipedia)
“Che cos'è la realtà se non la percezione della realtà?”
Prof. O'Blivion

Anno 1982: David Cronenberg partorisce il suo capolavoro, un'opera magniloquente e pluristratificata che sconvolge e meraviglia, imprescindibile per qualsiasi amante di Cinema: stiamo ovviamente parlando di Videodrome. Non sono certo il primo (e non sarò neppure l'ultimo) a sostenere che, a distanza di quasi trent'anni, il messaggio cronenberghiano si è davvero fatto carne, la “Nuova Carne” di cui egli stesso tratta. Le escrescenze cerebrali prodotte dal segnale Videodrome sono un organo a sé stante, vivo e indipendente, capace di controllare le azioni e i pensieri di coloro che subiscono questi bombardamenti iconografici: una zona non-morta capace di creare allucinazioni che possono facilmente essere (con)fuse con la realtà...
Anno 2010: ognuno di noi ormai possiede un'escrescenza “Videodrome”, che si espande come un cancro polimorfo alacremente intento ad oscurare e fagocitare la restante parte pensante. Proprio come Max al termine del film, noi glorifichiamo e inneggiamo alla “nuova Carne”, continuando così a subire passivamente immagini, sensazioni, stereotipi visivi, idiozie comportamentali che alimentano e accrescono continuamente il nostro video-tumore...

Dal Cinema di Genere del geniale Cronenberg nasce e si sviluppa sempre più rapidamente il Cinema Degenere dei nostri tempi. Un calderone di immagini in movimento sempre più articolate, complesse, ancorate ai loro tecnicismi e funambolismi iperbolici; costantemente protese all'annichilimento del nostro apparato recettivo, vanno a stimolare esclusivamente la zona-Videdrome e mietono sempre più vittime. Il massimo esempio della degenerazione in atto è l'ultimo lavoro di James Cameron, Avatar 3D (dove il rimarcare “3D” è fondamentale, alla luce di quanto espresso fino ad ora e in vista di ciò che andremo ad analizzare a breve).
Si è infatti parlato di: opera dalla portata storica in relazione alla sua potenza visiva, ottenuta grazie ad un sapiente ed avanzato utilizzo della tridimensionalità; immenso apparato tecnologico ricco di innovazioni strumentali; film coinvolgente e sconvolgente per merito di un 3D finalmente funzionale e adeguato... insomma chi più ne ha, più ne metta. Ma stiamo tralasciando un particolare di non poco conto: il Cinema, quello con la maiuscola, dove è andato a finire? La verità, per come la vedo io e per come spero possa essere condivisa da qualcun altro, è che questa immensa bomba visiva altro non sia che la summa del segnale Videodrome, la massima esponente di quella fonte che tende a glorificare e augurare lunga vita alla “Nuova Carne”. Usciti dalla sala dopo la visione di
Avatar si avverte subito, di colpo, quella classica sensazione di straniamento che si prova dopo una sofferenza psicofisica, una perdita d'identità e di orientamento. Se soltanto per un attimo ci abbandoniamo alla spossatezza e all'apatia (intellettuale), questo subdolo attacco mentale andrà a corrodere altri margini della nostra materia grigia, lasciando sempre più spazio al video-tumore.
Il processo è iniziato da tempo e, inarrestabile e incontrastato, procede sempre più velocemente, accresciuto dalla forza della tecnologia e dallo strapotere dell'innovazione, elementi cardine della nostra vita quotidiana, che assumono sempre più rilevanza in ogni nostra azione, persino nelle più banali, quelle che ormai compiamo in maniera (quasi) automatica e routinaria. Dobbiamo essere abili nel riconoscere e discernere le varie situazioni, cercando di non farci sedurre e traviare da ciò che è altro da sé, o meglio: altro da ciò che sembra o che, peggio ancora, vorrebbe sembrare senza però averne neppure le capacità.

La neoplasia della Nuova Era, in cui viviamo attualmente, ha colpito tutti quanti senza pietà né controllo e sta sempre più trasformandoci in morti viventi, proprio come quelli romeriani, che continuano a muoversi sulla terra spinti soltanto dalle pulsioni più elementari...
Non è il Cinema a parlare, è la Nuova Carne... per divenire Nuova Carne devi prima uccidere la Vecchia Carne: è ciò che devi fare, è facile... Gloria e Vita alla Nuova Carne.
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“Hanno usato la sua immagine solo per sedurti, ma lei era già morta. Perché Videodrome è Morte!”
Videodrome, (1982) David Cronenberg


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giovedì 28 gennaio 2010

Io non parlo francese...


... e fra l'altro è una lingua che non sostengo proprio (tra quelle più note ovviamente: non è questa la sede per chiamare in causa l'hindi, ad esempio), né a livello fonetico-musicale, né tanto meno sul piano della comunicazione.
"E allora che cavolo di nome hai appioppato a questo (inutile) Blog?" vi domanderete. Domanda lecita e giustificata che, per vostra gioia, necessita di ulteriori precisazioni...

Come avrebbe scritto quel buontempone di Carlo Lorenzini (per gli amici Carletto "Collodi"), c'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di... cretino, il sottoscritto of course, che, girovagando per la Rete come un deficiente, s'imbatté per puro caso in un'immagine. Una raffigurazione che subito lo folgorò, riportandogli immediatamente alla memoria l'opera d'arte alla quale faceva riferimento. L'incredibile comunicabilità di tale raffigurazione iconografica (perché comunque si tratta un'icona del III Millennio) e la potente carica di ambiguità che essa portava con sé, nella sua struttura intrinseca, lo spinsero a commettere un gesto inconsulto, non meditato, assolutamente azzardato: aprire questo (inutile) Blog...

... e dunque eccomi qua. Il bonario atque curioso stupro magrittiano al quale mi riferisco è ovviamente l'immagine che ho scelto per rappresentare questo spazio di narcisistiche espressioni individuali scarsamente condivisibili e molto poco accettabili. Sconcertate è l'immediato parallelo, sul piano della portata simbolica, che potremmo instaurare tra la "non-pipa" di Magritte e questo Ceci n'est pas une raquette. Paradossalmente potremmo considerare quest'ultima non soltanto una rivisitazione di un mito artistico e del suo relativo messaggio intrinseco, bensì potremmo aggiungere, peccando di superbia soltanto per pochi attimi, che in questo caso "aggiornato" la sensazione di straniamento e di iperrealtà (più che di surrealismo) è ancor più forte. Sostenere infatti che il Wiimote non sia lo strumento tennistico per antonomasia quando è attualmente la più diffusa racchetta in circolazione, pur però essendola soltanto in potenza e non in atto, è un'affermazione la cui sfrontatezza è pari soltanto a quella della tristemente nota "particella di sodio" che cerca di convincerci di essere l'unica presente in una bottiglia di acqua naturale.
In un continuo susseguirsi di inspiegabili modificazioni culturali protese all'abbrutimento globale (ma sono ormai decenni che studiano per rincoglionirci completamente), riclassificazioni di oggetti d'uso (poco) comune, paradossi che esistono soltanto se si è pienamente consci della loro impossibile ambiguità, ci muoviamo a passo-zombie tra elementi che sempre più caratterizzano il nostro essere; quest'immagine, estremamente significativa nella sua scarna semplicità, rappresenta alla perfezione ciò che stiamo diventando: un duplice (o forse anche triplice) paradosso vivente.
Mi piace? E' quello che voglio? E' divertente?
No, ma ci sguazzo dentro (con)fuso e (in)felice... e voi con me, come me, forse pure più di me, chissà. Ormai vivo di contraddizioni e doppi sensi: se non ne assumo quei 100-150 mg al giorno rischio seriamente la crisi d'astinenza.
E poi, che cazzo, certo che gioco alla Wii, sì! Mi ci distruggo le braccia e mi brucio il cervello, annientando senza rimorso i neuroni, ma fa tutto parte del gioco (vedasi appunto quanto espresso poc'anzi).


E comunque il francese non mi è mai piaciuto, al contrario del buon René Elizabeth* Magritte (ma è risaputo che era belga, tutt'altra faccenda).


* = vediamo un po' chi becca questa citazione (aiutino: cinematografica)...